I miei racconti

NOTTE IN FLIXBUS

Enrico se n’è andato. Era venuto per farmi un saluto prima che ripartissi di nuovo per Parigi. La sua presenza è stata come una parentesi di quiete in una giornata di ansie, dubbi, anticipazione di malinconia. In questi pochi giorni trascorsi a casa con i miei genitori posso infatti dire di essere sono stata BENE, come da molto tempo non mi capitava, e di conseguenza l’arrivederci è stato più doloroso del previsto.

Un the ai profumi di bosco preso con mamma, qualche lacrimuccia nell’abbracciare papà, una pizza take away nella mia pizzeria preferita come cena per il viaggio (ultima mia coccola culinaria italiana) e alle sette e mezza ero già in stazione con le mie valige e ricaricata a 100 dall’affetto ricevuto.

Si possono dire molte cose su chi fa la scelta di lasciare la sua terra per un’esperienza all’estero: «Wow, super!», «Che bello!», «Chissà che esperienze», «Sicuramente troverai lavoro più facilmente che in Italia», trascurando però spesso l’altra parte della medaglia: la durezza di una vita lontano dagli affetti. É questo il “cibo” che per lungo tempo più mi è mancato e di cui avevo dimenticato il suo vero sapore.

Alle 20 e 05 il mio flixbus è partito lasciandosi alle spalle la bella Verona: ad attendermi una lunga notte di strade, incroci, semafori, caselli autostradali, controlli, sbadigli e compagni di viaggio che avrebbero inevitabilmente russato.

A Milano abbiamo cambiato uno dei due autisti. Il volto arcigno dal labbro serrato e gli occhi piccoli (tanto da ricordarmi una civetta) del nuovo conducente mi sono parsi immediatamente come presagi di malaugurio, e già ero pronta a prepararmi alla peggior guida di tutti i tempi.

Per il primo tratto di strada è stato però il suo secondo a prendere il volante incaricando il primo del servizio caffetteria. L’uomo-civetta ha così abbandonato la cabina di guida ed è venuto a preparare il primo caffe della nottata nel corridoio del piano terra del bus, approfittando dello spazio handicap libero accanto al sedile 25B. Il mio.

Per chi non lo sapesse, i flixbus sono infatti autobus a due piani dotati di una toilette (minuscola e degueulasse la mattina successiva a un viaggio di notte), wifi (che per quanto concerne le mie tre esperienze, non ha funzionato nemmeno una volta su tre) e molteplici prese per poter ricaricare sia i vari apparecchi telefoni sia, a quanto pare, per far funzionare la moka elettrica. Ovviamente la sua azione non ha minimamente interessato francesi e inglesi seduti nei paraggi; ma a noi italiani è sufficiente il gesto, l’odore, il borbottio, l’oggetto per risvegliare ricordi di casa e presagire malinconie di palato (a titolo informativo, un caffè a Parigi ha un costo medio di 2,7 euro, ma spesso non vale nemmeno 50 centesimi!). 

«Wow. Siete super attrezzati!», ho commentato. Era la prima volta che mi capitava di sorprendere un autista-barista.

«Eh, sai, ormai questa è casa nostra. Siamo sempre qua», mi ha risposto.

«Come degli artisti girovaghi, siete. Come la gente che lavora nei circhi…»

«Artisti…eh, diciamo così!», sulle labbra un sorriso sincero e alcuna frustrazione nella voce.

“Che strano”, ho immediatamente pensato. Ne avevo sentito tante sul modo di funzionare dell’azienda che gestisce il servizio delle tratte via bus, e soprattutto la storia: sembrerebbe che  colui che ha creato dal nulla l’impero Flixbus in concreto non possieda alcun autobus, e che dunque ogni autista è di fatto un padroncino, proprietario del proprio veicolo.  Se inizialmente ognuno di loro lavorava infatti come libero professionista, la concorrenza della nuova offerta di viaggi a tariffe super basse proposte da Flixbus ha presto obbligato la maggior parte di loro a entrare a loro volta a far parte della famiglia dovendone di conseguenza accettarne i termini, le condizioni e le remunerazioni. Qualcuno aveva anche parlato di una nuova schiavitù, in quanto questi autisti sarebbero sottopagati. Nella mia testa si era dunque andata creandosi un’immagine dell’autista Flixbus come un uomo rassegnato, rancoroso, costretto a subire la scelta dei grandi per non essere completamente schiacciato e perdere il lavoro. Della serie, meglio meno che niente. 

E invece quell’autista con la sua moka, la sua maniera affabile e socievole (ogni tanto si metteva a parlare con qualcuno di noi, e poco contava se italiano o no, e di conseguenza se capiva o no) mi ha sorpreso e mi ha costretto a rimettere in discussione il mio ritratto stereotipato del conducente medio.

Arrivati nella stazione di Torino ci siamo fermati una decina di minuti per permettere a chi era arrivato al termine della sua corsa di scendere, a chi era in partenza di caricare i bagagli e accomodarsi al suo posto, agli autisti di fumarsi una sigaretta, a chi non ne poteva più (come me) di sgranchirsi almeno un po’ le gambe.

Mi sono così ritrovata di nuovo a fianco dell’autista-civetta impegnato in una conversazione frizzante e ironica con un ragazzo di colore:

«Se hai la carta d’identità ma il permesso di soggiorno scaduto non si fa niente…».

«Posso stare in bagno..».

«Il bagno è la prima cosa che ci controllano quando ci fermano alla frontiera per i controlli».

Il ragazzo ha ammiccato allora al bagagliaio aperto.

«Ma sì, dai, ti faccio salire tra i bagagli…».

«Vero? Posso?» ha chiesto speranzoso.

«Ma che, sei matto? Ci vuoi far finire tutti in gattabuia?», ha controbattuto l’autista con un’inclinazione delle labbra ridente e lo sguardo divertito di fronte a tanta genuina ingenuità.

«Cosa faccio?» ha tentato di negoziare di nuovo il giovine.

«Ma tu ce l’hai almeno il biglietto?»

«Sì, ho comprato»

«Ascolta, se vuoi tentare rischia, c’è una possibilità su 100 che questo giro non ci controllino. L’ultima volta è stato così».

Ho avuto come l’impressione che il mio autista cominciasse ad avere a cuore il desiderio di quel ragazzo e che in fondo avrebbe veramente voluto potere aiutare. Ma considerati i tempi, egli avrebbe potuto anche essere solo uno dei tanti che farebbe qualsiasi cosa pur di obbligare gli altri paesi membri dell’Unione ad accettare le quote di ripartizione e che, nella semplicità del suo mestiere, tenterebbe di mettere giustizia dove non ce n’è. Nell’incertezza ho dunque preferito credere che in lui le due tendenze convivessero in equilibrio.

«Va bene, salgo», un sorriso radioso, culla di una tenera speranza, ha illuminato di colpo il viso di quel ragazzo.

«No, tu non hai capito», l’ha ripreso immediatamente il mio autista per ricondurlo alla realtà che avrebbe affidato il futuro di un ragazzo ai capricci di un uomo, « dipende tutto da come hanno la luna quelli che sono là».

«Forse allora ce la faccio a passare».

«E che ti devo dire ragazzo? Io non posso farci niente. Se salgono sul bus per controllare, di solito sono in 5, vedono che non hai i documenti in regola, ti prendono e ti rimandano indietro. Vedi te se te la vuoi rischiare… ».

«Io fortunato» ha affermato il ragazzo, quasi più per incoraggiare se stesso.

«Sì, sì, fortunato. Va, monta su, siediti là e incrocia le dita!».

Il ragazzo si era appena accomodato al suo sedile che uno Scarabeo nero ci ha raggiunti in velocità, passando attraverso le aiuole e senza porsi alcun interrogativo circa l’appropriazione lecita di tale infrazione. A un metro da noi ha frenato, il conducente è sceso, si è tolto il casco e senza preamboli ci ha domandato lanciando uno sguardo verso il bus: «Sono saliti due spagnoli?». Non so perché ma nella mia immaginazione già la scena di un regolamento di conti per della roba non pagata andava prendendo forma e ho iniziato a ringraziare il cielo di non essere sul bus (“chissà come si vanno a mettere le cose…”, ho pensato).

«Non lo so», gli ha risposto il secondo autista che a sua volta aveva lasciato la cabina di guida per dare una mano a caricare i bagagli. «Domanda a lui». E rivolgendosi direttamente al suo collega, l’ha interrogato: «Eh, sono saliti due spagnoli?».

«E io che ne so. Va a vedere»

Il ragazzo spazientito dal passaggio di battuta tra i due, è sceso dalla moto ed è montato sul pullman come se fosse a casa sua.

«Oh, oh, ma questo che fa? Monta su e perquisisce tutto il bus come se fosse il suo mestiere fare il poliziotto alla dogana!», ha esclamato con divertimento il mio autista, senza però accennare una pur minima azione che potesse far pensare a un suo possibile intervento nei confronti di quel motociclista irriverente. Non ho avuto nemmeno il tempo di ribattere che il ragazzo era salito e già ben disceso.  Ci ha guardato come per dire “non se pol mia”, ha scrollato il capo e si è rimesso il casco. «Quei due hanno dimenticato portafogli e documenti nel mio bar…». È stato solamente allora che ho notato il corto grembiule che egli portava allacciato in vita.  Respiro di sollievo: nessun regolamento di conti.

«Avete visto altri bus?» ci ha chiesto mentre girava lo scooter. 

«Boh. forse. Uno per Barcellona mi sembrava. Ma è partito», ha risposto con “scrollatina di spalle nella voce” il mio autista. Il barista ha accelerato, ha attraversato di nuovo le aiuole sul suo due ruote ed è sparito dalla nostra vista.

«Tu guarda un po’ che succede qui, gente che sale, gente che scende, come un porto di mare che viaggia via terra…»,  ha constatato l’autista-civetta mentre salivamo per ripartire.

«Certo che ce ne vuole dimenticare i documenti in un bar sapendo che si è prossimi ad attraversare la frontiera…».

«Che vuoi farci? Chi li ha, li dimentica; chi non li ha, li inventa; chi li ha scaduti tenta di rinnovarli per un’ultima corsa».

«Ne vedete delle belle, eh? voi sui questi flixbus…»

«Puoi starne certa! Ce n’è abbastanza da farci una serie Netflix».

E perché no?

Eleonora Filippi ©

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