Filosofia che vive

TRA PARTICOLARE E GENERALE

Un modo di vestire stravagante, un modo di essere diverso, un modo di comportarsi alternativo, un modo di guardare al mondo da una posizione decentrata ancora capace di essere curiosa e di stupirsi della semplicità delle piccole cose.

La tendenza a ricondurre i molti all’uno, il particolare al generale, l’eccezione alla regola, è propria del pensiero filosofico-scientifico di matrice occidentale, che influenzato anche della visione giudaico-cristiano, ha imposto una visione piramidale del potere e del mondo. Da un Uno derivano i molti, da una sovranità assoluta, unica e indivisibile il potere sui popoli, da un Dio le sue creature, dalla legge della fisica il governo dei fenomeni naturali.
«Nei molti sta il tutto» scriveva Aristotele muovendo dalla concezione che del tutto aveva l’antichità classica. Universaliter in latino non è un “universalmente in senso assoluto”, ma un sinonimo di generaliter, un “in generale” che vale per la maggioranza dei casi, e che mai non potrà contemplarli nella loro totalità.

Eppure ancora oggi rincorriamo imperterriti questa totalità, affinché ci comprenda e ci faccia percepire a posto con quanto ci circonda, inglobandoci come una sua parte, parte che subito si fonde per perdersi con il tutto.
E in questo tutto indistinto domina la regola della norma.
Dal greco nomos, “ciò che è distribuito, condiviso”, poi traslato nel significato di “consuetudine, tradizione”, e infine di “legge”, così come a noi è pervenuto nel latino lex.
È la legge a definire la norma, ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è moralmente concesso e ciò che non lo è.
Ciò che è normale e ciò che è anormale.
Normale, che segue la norma, la legge del tutto, ma che troppo spesso dimentica che quel tutto è un tutto generaliter, e non assoluto.
«Sei strano», «non ti capisco», «non sei normale», come a dire sei per me incomprensibile, altro da me, hai un modo di pensare e di vedere le cose che è diverso dal mio, da quello della gente.
La gente. Ancora di nuovo un termine che allude a un tutto, a una totalità indefinita, che sembra conservare però almeno la dignità propria delle singole persone che la formano.
Con la massa le persone diventano invece sagome, ombre, perdono di consistenza per essere amalgamante in un unico grande e coerente impasto dove i singoli componenti svaniscono e il tutto acquisisce un valore superiore alla somma delle singole parti. La visione olistica dello stato etico-dittatoriale.
Alle persone progressivamente sono stati sostituiti i numeri, alla gente le statistiche, alla massa il valore massimo, cento.
E quanto più il dato si avvicina a cento, tanto più è normale. “Essere normale” sembra non significare altro che ricadere in una maggioranza statistica. Anormalità in un minoranza statistica.
Il pericolo sorge quando ai numeri si impongono giudizi di qualità. Zygmund Bauman mette in guardia «se essere in minoranza significa essere inferiori, sospetto che “disabilità” e “invalidità”, “diversità”, quando si riferiscono al trattamento delle minoranze umane come inferiori, siano parte integrante di una più vasta questione “maggioranza versus minoranza” – e quindi in definitiva un problema politico». Una questione di potere.

Eppure c’è qualcosa di affascinante nell’anormalità. In quell’alfa privativo che nega la normalità in una molteplicità di forme.
C’è quel qualcosa che distingue, che particolarizza, c’è il dettaglio, l’eccezione, la persona.
C’è il sentire, l’emozione più intima che proviamo solo dentro di noi e che è per sua stessa natura incomunicabile. Per quanto mi possa sforzare di far comprendere all’altro ciò che io provo, non troverò mai le parole adatte. Sarà sempre il mio sentire, la mia emozione, incomunicabile. Parola e emozione viaggiano lungo binari paralleli, appartengono a due linguaggi diversi.
Per questo la particolarità è difficile da esternare. Molti la rifuggono, altri la negano, alcuni la celano dietro l’ipocrisia. Ma c’è anche chi è stato male proprio perché troppo a lungo ha cercato di tenerla dentro, di coprirla, di soffocarla. C’è chi da questa sofferenza è uscito ma al prezzo di riconoscerla e accettarla. Nonostante attorno ancora la sua famiglia non comprenda, i suoi amici non lo riconoscano, la sua quotidianità continui come prima.
«E ti diranno che sei cambiato. Mentre tu sorridi pensando che in realtà non ti hanno mai conosciuto».
E quando come un bocciolo deciderai di svelarti al mondo per il tuo essere autentico, il futuro ferirà la tua sensibilità sincera. La tua particolarità sarà allo stesso tempo la tua forza e la tua debolezza, la tua potenzialità e il tuo limite, il tuo sorriso e il tuo pianto.
Non passerai inosservato. Sarai guardato e ammirato, forse anche invidiato. Qualcuno ti capirà, molti ti apprezzeranno. La tua particolarità attirerà simpatia e curiosità, ma poi apparirà sempre come inaccessibile e segreta. E nessuno oserà avanzare oltre. Nessuno rischierà tanto fino ad amarla. Nemmeno tu stesso.

Eleonora Filippi ©

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