I miei racconti

IO, BUTTAPIETRA E GLI IMMIGRATI

Eccomi. Appena tornata dal mio primo incontro con i ragazzi rifugiati presso l’hotel Marino. Tutti molto giovani, provenienti per lo più da Nigeria, Costa d’Avorio e Senegal. Parlano francese e inglese, ma italiano quasi nulla. Accompagno Silvia, la ragazza della cooperativa Spazio Aperto di Bussolengo, l’associazione che ha in carico il piccolo gruppo di Buttapietra. Oggi è il giorno della distribuzione del pocket money che viene consegnato ogni circa 10 giorni. Con questo denaro i ragazzi possono acquistare prodotti per l’igiene personale, ricariche per il cellulare, concedersi piccoli svaghi come un caffè o un gelato. Alcuni li usano per acquistare un paio di scarpe o una maglietta nuova. Al nostro arrivo sono pochi i ragazzi seduti all’ombra delle piante che ascoltano la musica attraverso il cellulare. La maggioranza sono nelle loro stanze. Ma al richiamo del pocket money piano piano a turno ci raggiungono nella sala da pranzo, firmano il foglio che Silvia pone loro davanti e ritirano la loro busta. Molti di loro rimangono poi con noi. Hanno voglia di parlare. Ci troviamo in un caos di lingue e idiomi diversi. Ci chiedono più volte del corso di italiano, di quando partirà. Qualcuno chiede della scuola di guida. Silvia risponde che devono avere pazienza. Che prima di iniziare il corso è necessario che tutti abbiano superato i necessari controlli medici. Ma la voglia c’è, ed è tanta. Certo, stare tutto il giorno senza fare nulla non è per niente stimolante, anzi rischia di smorzare quel desiderio e quell’entusiasmo che le loro ripetute richieste trasmettono. È per questo che bisogna cercare di creare progetti nel breve tempo, per impedire che la piaga dell’ozio e della noia spenga la loro forza e la loro motivazione a cercare di attivarsi per una vita migliore.

La mia proposta di venerdì sera espressa pubblicamente nel corso del consiglio comunale voleva presentarsi come una semplice azione di volontariato che potesse contribuire ad affrontare un problema che di fatto esiste e che nessuno di noi personalmente avrebbe voluto creare. Parlo del commercio degli immigrati che tanti vantaggi porta a politici e a esponenti della mafia. Comincio a credere che sia un sistema creato apposto per cercare di rimettere in moto un’economia da anni stagnante. Sono per questo perfettamente d’accordo con la definizione che la nostra vicesindaco ha dato a questa emergenza durante la riunione di venerdì. Si tratta di un “sistema diabolico” ha affermato senza mezze misure, “che specula sulla vita di queste persone e che avviene senza alcun concreto progetto di accoglienza”. Se un albero è ammalato nel suo essere, difficile (se non impossibile) risulta poterlo guarire con una sforbiciata alle fronde e qualche spruzzo di veleno sulle foglie. Qualsiasi problema su cui si voglia veramente intervenire, lo si comincia ad analizzare alla radice e si cerca possibili soluzioni, possono essere anche piccole, l’importante è che siano concretizzabili. In Italia, in Europa, in Libia, in Siria, nella confusione generale che noi europei, americani e comunità internazionale abbiamo voluto creare.

Non condivido però appieno la posizione che l’intera amministrazione comunale ha deciso di adottare nei confronti della situazione venutasi a creare. «Il Comune è stato bypassato e dunque non si ritiene chiamato alla responsabilità di gestire il problema, in quanto non è stato interpellato né coinvolto in un progetto di accoglienza, ma solo inserito all’ultimo minuto. Il dialogo è avvenuto a tavola chiusa tra prefettura, cooperativa e il gestore dell’albergo», spiegano. In ogni caso un progetto partito e gestito dalla Cooperativa Spazio Aperto già c’è, e proprio non capisco perché il comune non possa affiancarsi a questo progetto, invece di voler farne partire uno in proprio, i cui tempi di attuazione non credo possano essere brevi (considerate le tempistiche italiane in generale).

Il dialogo che la vicesindaco dice di star portando avanti con gli altri Comuni che si sono trovati ad accogliere profughi per cercare di adottare una linea politica condivisa che possa poi far sentire la propria voce anche ai livelli più alti della politica, potrà di sicuro essere l’occasione per trovare possibili soluzioni a specifici problemi. In particolare uno di questi riguarda i costi che il Comune dovrebbe sostenere per garantire a questi immigrati un’adeguata assicurazione contro gli infortuni sul luogo di lavoro, copertura necessaria affinché questi giovani possano dare un loro contributo al paese svolgendo lavori di ristrutturazione e di manutenzione Una delle proposte a cui si è accennato riguarda la possibilità di drenare parte di quei 35 euro al comune affinché li possa utilizzare a questo scopo.

Ma perché di questo non se ne potrebbe già occupare la cooperativa? Il loro ruolo non mi è chiaro e dopo lo scandalo di Mafia Capitale c’è una generale confusione e presa di posizione a priori nei loro confronti. Forse a breve anche la cooperativa avrà il suo spazio per presentare alla cittadinanza il suo progetto. Questo potrebbe aiutare a fare chiarezza, e a rassicurare le più che lecite preoccupazioni legate alla possibilità che queste persone prive di documenti e certificazioni sanitarie, possano portare malattie. E ancora più incomprensibile mi appare il mancato intervento della parrocchia e della Chiesa che da Roma predica l’accoglienza ma che nelle realtà comunali non sembra poi di fatto contribuire. Nella speranza che il tempo posso portare delle risposte, quanto più vicine alla verità possibile, a oggi faccio ufficialmente iniziare questa mia esperienza di volontariato. Non so quanto durerà, non so quanto tempo potrò dedicare a questi ragazzi, né dove mi condurrà questa mia presa di posizione. Oggi ho cominciato con delle racchette e tre palline. Abbiamo giocato a tamburello assieme. Uno, due, tre…a più di sei passaggi continui non siamo arrivati. Ma fino a sei ora sanno contare. E poi.. anche albero, bicchiere, sedia, bottiglia.

Eleonora Filippi ©

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