Filosofia che vive

Stare, senza niente fare

Sei tu, Giacomo, il giovane favoloso che attendevo.

La nostra conversazione inizia nel silenzio di un sorseggio lento e sensuale, mentre la mano destra tenta di seguire e mettere per iscritto le parole mute che ti rivolgo. 

Ti confesso Giacomo che nonostante sia nella tua terra, fatico a vivere il mare come vorrei. Fatico a “stare”. “Stare” senza niente fare. Vorrei almeno riuscire a “fare il morto” su un flusso di onde, osservando il cielo striato di nuvole e il monte Conero che ombreggia la spiaggia. Lasciare andare il corpo, lasciarlo portare. Le orecchie ottuse dall’acqua salata, le braccia in segno di resa. Arrendersi a questa immensità, come lo vorrei, Giacomo! 

Ma non ce la faccio, c’è qualcosa che oggi me lo impedisce. Che ieri me lo impediva, e che me lo impedirà domani. Quel qualcosa è la giusta distanza. Il distacco necessario dagli altri per sentire la propria esistenza.

Quei 1000, 6 km che separano Verona da Parigi e che in questi due anni mi hanno aiutato a prendere le recul, come dicono i francesi. Fare un passo indietro, allontanarsi per vedere in prospettiva. Prendere le recul dalla mia famiglia, dai miei amici, dalla vita che conducevo prima, dalla mia lingua, dalla mia cultura.

Quel recul che ogni volta che rientro in Italia, a casa dai miei, fatico a mantenere.

Cerco di dare il meglio di me, di donare più che posso, ma la sensazione è sempre la stessa di due anni fa: donare e nulla ricevere. Se non biasimi e critiche.

Mamma che mi rinfaccia continuamente di non avere stabilità (concetto per lei coincidente con: lavoro nel settore pubblico, fidanzato, casa di proprietà), papà che non dice (ma che in sordina ne condivide il pensiero nonostante spinga per la libera professione), la sorella che in questo momento ha bisogno di essere sostenuta.

Cenare “sola” questa sera è stato dunque inconsapevolmente un modo per ridefinire gli spazi, i tempi, gli altri. Riaffermare la giusta distanza che mi fa sentire bene. E poco importa se mio padre giudica “strano” uscire a cena da sola, se mia madre mi rimprovera di non avere un compagno, se mia sorella si rammarica di lasciarmi uscire senza compagnia.

Che poi sola non lo sono, vero Giacomo? Ma se anche fosse, che male ci sarebbe? Tu lo sai meglio di me che nell’eremo di un animo sensibile si cela allo stesso tempo la più grande debolezza e la più grande forza di una persona.

Vivere la solitudine e annegare di piacere nell’immensità dell’esistenza. Essere infinito.

Sono le undici e mezza, il mio calice è vuoto, siamo gli ultimi clienti. Ti guardo, mi guardi. Infine ti alzi, e nel silenzio di una notte senza stelle te ne vai incamminandoti verso il mare buio, verso l’Infinito da dove sei venuto.

©Eleonora Filippi

Per rileggere la prima parte del racconto: http://www.eleonorafilippi.com/filosofia-che-vive/caro-giacomo-ti-scrivo/

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