Filosofia che vive

Non abbiate paura

Oro, incenso, mirra i doni che i tre re magi offrirono a Gesù. Cura, solidarietà, resilienza, gli insegnamenti che il Covid ci ha trasmesso nel corso di questi mesi.

Il giorno dell’Epifania Massimo Recalcati, professore e psicanalista, ha tenuto un’interessante conferenza online avente per tema: quale lezione trarre da questa emergenza sanitaria. 

Una presa di consapevolezza che abolisce la contrapposizione vicino lontano per valorizzare la presenza in assenza e che invita ad abbracciare una concezione della libertà da intendersi come responsabilità solidale e impegno alla cura

Negli ultimi decenni abbiamo infatti assistito a un’ubriacatura neolibertina della libertà che ha portato a una concezione individualistica che fa dell’arbitrio dell’ego soggetto indiscusso d’azione.

Come giustamente osserva il professore, nel corso degli anni questa deriva ha deteriorato il ruolo formativo di genitori, insegnanti, educatori: come fare comprendere agli adolescenti l’importanza del limite? Viene da sé che, in un contesto come quello attuale, ogni nuova regola venga vissuta dai più o meno giovani con disprezzo, rifiuto, rivolta.

Ma occorre ricordare che esiste una differenza sostanziale tra libertà e liberazione, e tra libertà e rivendicazione egoista. Massimo Recalcati invita a ritornare a una concezione più autentica di libertà: la libertà come responsabilità sociale e solidarietà collettiva che rispetti e tuteli la vita dell’altro.

Tuttavia questa pandemia non si è limitata a mostrare tutti i limiti di questa libertà. Il virus ha totalmente rivoluzionato la nostra esistenza al punto tale che il Covid si è rivelato essere un trauma. Un trauma che ci ha travolto cogliendoci impreparati, demuniti di difese, incapaci di concepire l’evento stesso. Con quali conseguenze?

Massimo Recalcati ritorna sull’immagine classica del depresso come l’abbiamo conosciuta in seguito agli atroci avvenimenti storici del XX secolo (basti pensare ai veterani di guerra) per sottolinearne un aspetto importante.

Se il depresso è colui che vive di rimorsi e rimpianti, rivelandosi incapace di reintegrarsi nella società, l’esperienza attuale mostra come l’angoscia del contagio e l’angoscia depressiva abbiano cambiato tale profilo.

La persona depressa non è più colei che preferisce richiudersi nel passato, benché colei che si chiude al futuro. Se manca il sentimento dell’avvenire non vi è più orizzonte possibile e l’esistenza stessa perde ogni suo senso.  

Se durante la prima ondata ci siamo logorati nell’interrogativo “quanto potremo finalmente ritornare a vivere come prima?”, nel corso della seconda le medesime questioni si sono rafforzate e le stesse ansie si sono fatte recidive. 

Nonostante ciò abbiamo tutti un ruolo da poter giocare in questa partita, ma ci vuole coraggio per prendere posizione. Lo psicanalista propone allora due figure, metafore di due attitudini complementari: una di resistenza, l’altra di resilienza. 

La prima coincide con la postura esistenziale della cura di chi decide di restare accanto a coloro che sono stati i più colpiti e di accompagnarli fino all’esito ultimo. Perché anche quando non c’è più alcuna possibilità di terapia, esiste sempre la possibilità di donare cura.

“Nessuna morte è più atroce che la morte anonima, in solitudine” ribadisce lo psicoanalista, “alla quale viene negata ogni forma di addio e di esèquie. E sono state migliaia le morte anonime sopraggiunte in questi mesi di pandemia.” Il modello di riferimento che Recalcati propone è il personaggio del parroco che troviamo ne La Peste di Albert Camus.

Se agli inizi dell’epidemia il parroco giustifica la peste come una punizione divina, a distanza di mesi e dopo essersi ritrovato più volte al capezzale di bimbi innocenti, dal pulpito si scusa e ammette che il significato di questo male sfugge anche a lui.

Di fronte dunque all’impossibilità umana di comprendere, l’uomo non può che assumere un’unica posizione di coraggio. Resistere è decidere di restare vicino a coloro che sono stati colpiti dalla malattia e che soffrono di più.

La seconda figura proposta proviene invece direttamente dalla Bibbia e concerne Noè. Una volta cessato il diluvio e messo di nuovo piede a terra, una delle sue prime azioni consiste nel piantare una vigna (Genesi, 9:20), metafora della resilienza della vita che apre di nuovo una finestra sull’avvenire.

L’invito di Papa Giovanni Paolo II risuona allora con forza, come una eco che si propaga in questo vuoto sociale post-trauma dominato dall’angoscia e dall’incertezza: “Non abbiate paura”.

Piantare una vigna significa infatti non lasciare che la paura ci pietrifichi. Avere progetti significa ridare possibilità d’esistenza al futuro.

“In un tempo in cui il diluvio ancora persiste, occorre perciò avere il coraggio di seminare e creare. Questo è il dono più grande che ognuno di noi può fare alla collettività”, conclude così lo psicanalista. 

Eleonora Filippi©

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