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CAMUS, LA PESTE E IL COVID-19

La Peste di Albert Camus  è il romanzo che ha accompagnato la mia quarantena parigina. Una cronaca dettagliata delle fasi dell’epidemia, ma soprattutto una fotografia istantanea dei sentimenti umani. L’opera è stata pubblica nel 1947, ma per la sua attualità potrebbe essere stata scritta ai giorni nostri. 

Camus è ricorso all’immagine della peste per affrontare la questione del male, inteso come tutto il negativo che ricade sull’uomo e contro il quale si deve lottare. Un male a 360°, fisico, etico, morale, politico.

L’opera era infatti stata pensata con l’intento di parlare in forma allegorica del movimento di resistenza europeo sorto contro il nazi-fascismo.

Ma grazie alla metafora della peste, il testo si presta bene a differenti piani di lettura, tra i quali trova indubitabilmente posto il contesto attuale legato all’emergenza sanitaria Covid-19. 

Camus è così figlio di un passato recente e vate di un futuro visionario. E come spesso accade ai grandi scrittori (Mary Shelley, Frankenstein; Orwell, 1984 ), gli eventi successivi gli hanno dato ragione. 

L’opera narra sotto forma di cronaca un’immaginaria epidemia di peste che avrebbe colpito negli anni ’40 la città di Oran, allora facente parte dell’Algeria Francese.

Dalla morte dei ratti, “l’affaire du concierge” – in quanto il portinaio era convinto che si trattasse di uno scherzo di cattivo gusto – , ai primi decessi. Dalla sotto-estimazione da parte delle autorità, alla cautela nel dichiarare lo stato di emergenza. Dalla minimizzazione della situazione, alla crescita progressiva e acuta dei decessi. Dalla mancanza di materiale medico et al numero insufficiente di personale sanitario. alla chiusura definitiva delle porte della città. Esilio e separazione.

Esiliati e separati, le categorie di uomini che più frequentemente Camus cita nei paragrafi dedicati all’analisi degli umori che colpiscono gli abitanti della città. Passaggi del testo che, assieme alla precisione della cronaca e dei dettagli paesaggistici, rivelano la grandezza dell’autore, attento osservatore e profondo conoscitore dell’animo umano.

  • L’esilio per coloro che si trovano confinati dalla circostanza in in un paese che non è il loro;
  • La separazione per chi, contagiato dalla malattia, si trova improvvisamente sequestrato, isolato in quarantena e senza alcun caro al suo capezzale di morte;
  • la separazione per coloro che hanno i loro cari al di fuori della città e con i quali è  diventato quasi impossibile comunicare . Nel 1940 le linee telefoniche non erano ancora sviluppate, i cellulari non esistevano e nemmeno internet. E gli stessi telegrammi furono presto limitati alle comunicazioni d’emergenza.

E così, tra esiliati e separati, vi è chi cerca in un ultimo disperato tentativo di aggrapparsi alle immagini di un passato felice. Chi progetta tentativi di fuga, chi si rifugia nella religione, chi si lascia andare al désespoir, alla rassegnazione o all’indifferenza. Chi trova il modo di trarre comunque profitto dalla situazione per arricchirsi grazie al contrabbando.

Ma tra i tanti “fuggitivi” vi sono anche coloro che decidono di combattere. Come il dottor Rieux e tutti coloro che decidono di unirsi a lui in questa lotta di resistenza (semplici funzionari, parroci, giornalisti, giudici,…).

E quando finalmente le statistiche delle morti si arrestano, i numeri dei contagi calano, il siero sembra funzionare, una cautela generale impedisce ancora di gridare “è finita! Ce l’abbiamo fatta”.

In quanto “esiliata” in un paese non mio (italiana in quarantena a Parigi) e separata (e dalla mia famiglia e dai pochi amici “parigini”), confesso di essermi ritrovata in molte delle emozioni descritte dall’autore. 

 Allo stesso tempo, in quanto promotrice di un progetto umano di ascolto e di condivisione dei sentimenti di questa quarantena, mi sento di far parte anche io di questa “rete sociale e solidale di resistenza”. 

Ma in quanto donna mi permetto di avanzare una critica: peccato la quasi totale assenza del femminile nel romanzo.

Le donne compaiono solo come figure di contorno o come volti evocati nei ricordi. A fare in parte eccezione, la madre del dottore, silenziosa presenza perennemente in attesa del figlio. Ma in questa “resistenza” nessuna donna viene descritta veramente in azione. 

Ultima nota. Dall’inizio dell’emergenza i volti del potere non hanno smesso di rivolgersi al personale medico chiamandoli “eroi”. Eppure diversi medici hanno rifiutato tale appellativo. Come lo aveva fatto il dott. Rieux prima di loro. I medici non cercano né la santità né l’eroismo. Cercano semplicemente di compiere la loro missione di uomini. 

«Je me sens plus de solidarité avec les vaincus qu’avec les saints. Je n’ai pas de gout, je crois, pour l’ héroïsme et la sainteté. Ce qui m’intéresse, c’est d’ être un homme».

Eleonora Filippi ©

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