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DIARIO DI UNA PRIMAVERA – 5

30 marzo: alla ricerca di un sorriso dietro sterili mascherine.

Oggi registro un’immagine. Dalla finestra del salone osservo il Boulevard. Al semaforo un uomo attraversa la strada. Un uomo distinto in tailleur grigio elegante. Cammina composto, le braccia seguono il ritmo del suo corpo, lo sguardo ben fisso davanti a sé. Al posto del naso e della bocca un esagono bianco. Al posto della pelle rosata delle mani dai guanti in lattice azzurro. 

Se alla mattina i passanti sono alquanto sporadici, al pomeriggio per strada si incontrano ancora persone. Chi esce per fare la spesa, chi per una breva passeggiata, chi torna dal lavoro. Ma i visi sono sempre più rari. Gli occhi fuggono l’incrocio con altri sguardi, come se oltre alla distanza fisica fosse meglio mantenere anche una distanza visuale. Non si sa mai che il virus possa trasmettersi anche attraverso lo sguardo! E i sorrisi, se ancora sopravvivono sulle labbra di qualche persona, sono ben nascosti dietro a mascherine anonime e sterili. 

1 aprile: pagine ingiallite

Prima di cenare vorrei terminare di trascrivere l’intervista che ho tenuto questo pomeriggio a una mia compagna di teatro via skype. È importante che anche questo progetto avanzi. Ma il male alla testa, che ormai mi accompagna da questa mattina, mi sviluppa una repulsione totale a qualsiasi apparecchio elettrico. Di conseguenza se non voglio ricorrere a computer, cellulare e applicazioni varie, non ho altra scelta se non quella di ricorrere a un vecchio tomo impolverato che conserva immutato il tesoro linguistico della lingua francese.

Riscopro così il piacere di sfogliare un dizionario cartaceo. Un volume di due mila e seicento pagine ingiallite che profumano dell’odore del tempo. Ogni parola di cui dubito l’accento mi chiede qualche secondo in più di ricerca rispetto a un dizionario online, vero!, ma il piacere è tutt’altro e naviga alla deriva nel passato.

Ritrovo nella memoria la foto di me bambina mentre scarto il mio primo vocabolario ricevuto come regalo al mio settimo compleanno. Mi rivedo alle scuole medie seduta al banco con il volume bilingue Italiano-Inglese Inglese-Italiano. Rivivo ad occhi aperti gli anni del liceo, quando il dizionario latino-italiano era il mio principale alleato durante le versioni in classe.

E così, mentre il testo dell’intervista trova piano piano forma sul foglio bianco davanti a me, i ricordi si rincorrono, giocano, si confondono tra dizionari, lingue, accenti, parole.

4 aprile: riappropriazione degli spazi – il cucinino

Oggi per la prima volta mi sono messa a scrivere in cucina. Nell’appartamento di Juliette lo spazio dedicato a questa locale è alquanto limitato: 15 mq che se diventano 10 se si sottrae l’area occupata dai mobili. Ma almeno è ben attrezzata e con una porta finestra da cui entra una buona luce.

Mi rendo allora conto di come fino ad ora non abbia mai veramente vissuto questa casa. Tra lavoro e scuola, prima della quarantena l’80% della mia vita si svolgeva al di fuori da queste mura, e quando vi rientravo era soprattutto per una cena veloce e l’agognato riposo dopo una lunga giornata.

Ora che vi sono confinata sento invece il bisogno di viverla diversamente e soprattutto sento il bisogno di variare tra i locali. Svolgere tutte le attività (dallo studio allo sport, dal relax alla danza) nella propria camera da letto, ad esclusione dei momenti del pasto, non è per nulla una scelta ottimale. Essa infatti implica l’eliminazione della barriera fondamentale tra officium et ozium.

Al contrario, è importante che:

  • il letto rimanga il soffice giaciglio dove il mio corpo può trovare ristoro e riposo dopo una giornata di lavoro (mai distendervisi dunque per farvi dello smart working);
  • la scrivania l’angolo dedicato al lavoro al computer (e non l’armadio piatto dove ammassare alla rinfusa i vestiti);
  • i vari tavoli disponibili (in soggiorno e cucina) valide alternative per rompere la monotonia di 14h, o quasi, trascorse interamente in camera.


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