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DIARIO DI UNA PRIMAVERA – 1

9 marzo: Le jour où tout a basculé.

Da ormai qualche giorno ricevo messaggi vocali via via più angoscianti dall’Italia. Il clima diventa di giorno in giorno più teso, ogni giorno una nuova limitazione, le ore trascorse in casa senza potere uscire aumentano esponenzialmente. I miei amici mi parlano di corsi sospesi, di università chiuse, del divieto per i bar di somministrare al balcone, della cessazione dell’attività dei ristoranti alle 18 , della progressiva chiusura di luoghi di assembramento come cinema e teatri, della sospensione di tutte le attività ricreative e di gruppo. Il tutto per tentare di arginare la propagazione di un virus che in maniera repentina e violenta sembra colpire molto più persone del previsto. Il principale timore riguarda il sistema sanitario: si teme non regga di fronte al crescente numero dei contaminati in grave condizioni respiratorie.

La sera del 9 marzo sono collegata in video chiamata con la mia famiglia via whatsapp. Mia madre, mio padre, mia sorella ed io, quattro rettangoli che si contendono lo schermo del mio smartphone.

Apprendo allora la notizia di un’Italia interamente “zona rossa”, con le frontiere quasi totalmente bloccate. E per la prima volta ho un momento di panico.

E vorrei tornare a Verona, e vorrei essere lì per condividere con la mia famiglia questi giorni difficili, rassicurare i miei genitori ormai sessantenni, essere accanto a mia nonna. Vorrei essere là per condividere con in miei amici le ansie, il panico, l’angoscia. Vorrei tornare per essere al loro fianco, per sostenerli e incoraggiarli a mantenersi saldi in loro stessi. Vorrei vivere confinata come loro per provare le loro emozioni, sentire i loro pensieri, testare ciò che diviene la propria esistenza costretta a una vita in quarantena.

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